VICE FASHION - UN SERVIZIO DI MODA & NUDO

A FASHION SHOOT WITH SOME NUDITY




Extract of interview by Vice magazine:



“A me piace fotografare la gente al buio mentre si spoglia, perché è come se fosse da sola. È come se io non ci fossi e tutto è incredibilmente naturale. Mi diverto un casino”. Mi, diverto, un, e casino, sono forse le quattro parole che Marco Pietracupa pronuncia di più nel corso della nostra chiacchierata. E già per questo, ci piace molto. Per chi non lo sapesse, Pietracupa è un fotografo di moda alquanto famoso che pubblica stabilmente, fra le altre, per riviste come il D di Repubblica e L’Uomo Vogue. O meglio, è un fotografo molto conosciuto per i suoi lavori di moda ma che in generale ama fotografare esseri umani di tutti i tipi (donne soprattutto) nella situazioni più disparate (forse per questo lo stesso mondo della moda per il quale lavora, lo prende, per usare un’espressione del 1909 ma che rende perfettamente l’idea, con le pinze). Marco fotografa anche qualche oggetto ogni tanto ma, parole sue, “poco perché poi dopo un po’ mi annoio”. A noi le foto di Marco Pietracupa piacciono tantissimo fondamentalmente perché sono la trasposizione visiva di quattro concetti che, come sapete se leggete questa rivista, ci stanno molto a cuore: ironia, sorpresa, spontaneità ed intimità. E poi, mentre le guardi, ti senti non solo attento, soddisfatto, incuriosito, colpito, emozionato, urtato ed altri mille stati d’animo tipici di quando contempli delle fotografie; ti senti anche, se non felice, quantomeno allegro. E questo capita molto più raramente. E sapete perché? Perché nelle sue foto i soggetti, siano essi modelle, ragazzi, transessuali, vecchi o bimbi, ridono o sorridono sempre. E quando non lo fanno loro, hanno l’espressione che ti fa capire chiaramente che lo sta facendo qualcun altro: il fotografo. E così ridi anche tu. E quello che è vicino a te a guardare le foto. E così via. E non è poco affatto.

Vice: Le tue foto sono mediamente piene di gente nuda in posa che ti guarda e ride come se fosse la cosa più normale del mondo. Perché?
Marco Pietracupa:
Bella domanda. Fondamentalmente ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo, è che io sono figlio della foto ricordo. A me non è mai passata quella voglia che avevo da piccolo di volermi tenere il ricordo di una gita, di una cena, di un momento. E concepisco ancora le foto così: mi piace riguardare le foto e pensare ai momenti in cui le ho fatte. Sono pieno di album di foto che non ho mai pubblicato, che ogni tanto mi sfoglio e godo un casino. Ecco perché è pieno di intimità e gente che sorride nelle mie foto. Il secondo aspetto è che io sono una persona allegra a cui piace ridere e ironizzare: a quindici anni ho visto il mio primo film porno e non mi sono mai divertito così tanto. Mi piaceva di brutto e mi faceva ridere tantissimo contemporaneamente. Unisci i due aspetti, ed ecco la mia fotografia.
Come hai iniziato a fare il fotografo?
Mio papà aveva una passione per la fotografia. Possedeva addirittura due macchine fotografiche, non male per una famiglia semplice e non abbiente come la nostra. Mi sono quindi ritrovato molto presto, ancora in età infantile, a giocare con le sue macchinette. A otto anni ho fatto la mia prima foto a mia sorella; da lì è scattato qualcosa. Mio padre, da vero hobbista incallito ed essendo quindi molto geloso della sua attrezzatura, pensò allora di regalarmi una mia macchina personale, per la cresima; una Kodak compatta. Con quella ho iniziato a fare le foto in gita, in giro con gli amici e cose così. Siccome poi papà è venuto a mancare molto presto, quando avevo tredici anni, ho ereditato le sue macchinette e la fotografia ha sempre più fatto parte della mia vita. Due anni dopo mi capitò l’occasione di accompagnare un amico di famiglia a New York, dove comprai la mia prima reflex. Appena tornato, sono diventato presidente di un piccolo club locale di fotografia e, grazie alla fama di fotografo che si diffuse velocemente nel mio paese, iniziai a fare due soldi facendo foto ai matrimoni nel weekend. Ad un certo punto, mi ritrovai a un bivio: fare della fotografia un lavoro o farla restare un hobby. Andai dal mio datore di lavoro, un ferramenta presso il quale lavoravo come commesso, e gli dissi: “Se vuoi che rimanga qui, devi farmi diventare tuo socio. Se no me ne vado”. “E cosa faresti di bello, dimmi?” mi chiese. “Il fotografo” risposi.E così fu. Come sei arrivato a Milano?
Io sono altoatesino, di Bressanone. Diciamo che lì, quando vuoi andare via sia fisicamente che culturalmente, hai due possibilità: l’Italia e la Germania. Così, coi soldi della liquidazione, decisi che volevo fare una scuola di fotografia per affinare la tecnica e le conoscenze storiche. Andai prima a Monaco di Baviera e poi Milano a vedere un po’ di scuole e, non so perché, alla fine scelsi l’Istituto Italiano di Fotografia. Così nel 1993 arrivai a Milano.
E con la moda avevi già avuto contatti?
Nessuno. Non sapevo neanche cosa fosse Vogue Italia per dire; a me piaceva piaceva la fotografia e basta.
Il mio programma era di venire a Milano, fare la scuola, e tornare a Bressanone per aprire una negozio specializzato. È successo tutto a scuola quindi: notavo che le mie fotografie erano diverse da quelle degli gli altri, e in qualche modo, avevano un nesso seppur lontano con le prime foto di moda che vedevo sui giornali che circolavano durante le lezioni. Compagni e professori mi spingevano verso quel mondo e mi incoraggiavano a provare con la moda. Così iniziai a fare i primi test con le agenzie di modelle che venivano a scuola a cercare nuovi fotografi. Sinceramente, li facevo senza troppa passione e convinzione. Dentro di me non ero così convinto di essere tagliato per questo tipo di cose; mi interessava la figura umana e i test mi permettevano di approfondire questa ricerca, questo era forse l’unico motivo che mi spingeva a continuare. Poi ci fu un episodio che in qualche modo mi cambiò la vita.
Quale?
L’incontro con Franca Sozzani. All’epoca, sarà stato il ’95, lei usava fare questa sorta di audizioni pubbliche per fotografi in galleria da sua sorella, da 10 Corso Como. Spinto anche dagli amici, decisi di andarci col mio book che, ripensandoci adesso, era un tantino sopra le righe: copertina in metallo e fogli in plexiglass con le foto attaccate sopra, un po’ troppo direi. Comunque andai e feci diligentemente la coda, lunghissima come puoi immaginare, e quando arrivò il mio turno lei aprì il mio book, lo sfogliò e mi disse: “Tocca che parliamo un attimo seriamente. Non qui perché non ho tempo. Vieni in ufficio da me”. E mi diede un appuntamento da lei in Condé Nast per la settimana seguente. Ti lascio immaginare lo stupore e l’eccitazione dei miei amici, molto più appassionati di me. Per me era tutto abbastanza normale, sinceramente a malapena sapevo chi fosse Franca Sozzani.
Che cosa la colpì?
Non lo so esattamente. Sicuramente il book era molto di impatto e poi la mia fotografia ricordava molto alcuni mostri sacri che stavano emergendo all’epoca. Per me era tutto abbastanza naturale: facevo da sempre le foto con un flash che avevo dal periodo dei matrimoni. Lavoravo in diapositiva sviluppata in c41, e venivano fuori questi contrasti esagerati. Forse era questo.
E l’incontro come andò?
Non benissimo. Nel senso che lei era convinta che io fossi un fotografo già avviato. Mi chiese per chi pubblicavo e, quando gli risposi che non avevo mai pubblicato nulla da nessuna parte, mi disse che purtroppo non lavoravano con fotografi nuovi su Vogue Italia. Ma mi diede dei consigli: mi disse che dovevo andare assolutamente a Londra, che lì avrebbero apprezzato la mia estetica. Era l’epoca di The Face e di I-D, per intenderci. Mi diede anche dei contatti. Quello fu il momento in cui decisi che avrei potuto fare il fotografo di moda. Mi misi di impegno e feci un po’ di appuntamenti con le redazioni finché non riuscii ad ottenere un lavoro presso il D di Repubblica dove iniziai facendo qualche piccola rubrica.


Questo è un autoritratto di qualche anno fa. A Marco piace particolarmente perché è diverso dal suo classico autoritratto che tutti conoscono; quello di lui nudo con un rotolo di carta igenica a contenergli l’organo sessuale. Se proprio volete vederlo come mamma l’ha fatto, andate su www.marcopietracupa.com.


Per cui adesso scatti i redazionali. Quindi non sei andato a Londra?
No, alla fine no. Per due motivi principali: soldi e lingua. Non parlavo inglese all’epoca e questo mi spaventava tantissimo e, può sembrare una scusa ma è così, non avrei mai trovato i soldi per comprarmi un biglietto aereo. Come ti dicevo prima, il primo anno di scuola me lo sono finanziato con la buona uscita della ferramenta. Nell’estate fra il primo e il secondo ho trovato lavoro come fotografo presso un villaggio turistico al mare dove ho tirato su dieci milioni di lire. La scuola ne costava otto, quindi puoi immaginare come fossi sempre molto tirato. Diciamo che non mi sentivo all’altezza e questo mi fece scaturire la voglia di riuscire a fare in Italia quello che altri stavano facendo all’estero. Presi come una missione il fatto di cercare di imporre qui un linguaggio estetico mai completamente accettato dal mainstream italiano. Vedevo partire dall’Italia chiunque avesse un minimo di personalità nella fotografia. Per poi fare che? Andare all’estero ed essere uno dei tanti.
Capisco. È indubbio però che in altri paesi l’estetica a cui tu ti rifacevi era ormai stata sdoganata dal lavoro incredibile di Juergen Teller. Quando hai sentito parlare per la prima volta di lui?
Verso la fine della scuola credo. Mi ricordo di aver visto un suo lavoro ed aver pensato: “Cazzo! Questo è esattamente quello che voglio dire io. Vedi che non sono un pazzo?”. Chiaramente il mio linguaggio fotografico non era ancora così definito come il suo, ma la sostanza che usciva da quei lavori era qualcosa che mi suonava incredibilmente familiare. Quella fu sicuramente una molla che mi diede tantissima forza.
C’era qualcuno con cui all’epoca condividevi questa visione della fotografia?
Sicuramente Andrea Spotorno, con cui condividevo anche scuola e casa all’epoca; con lui ci capivamo al volo e tutt’ora siamo amici. Lui si è sempre più focalizzato sulla fotografia di moda pura, io contemporaneamente ho sempre portato avanti un discorso di ricerca personale. Però le traiettorie su cui ci si muoveva erano essenzialmente quelle. Il discorso che ci interessava era un po’ quello di riuscire a rimettere in discussione il concetto di donna intoccabile e inarrivabile come era fino a quel momento stata intesa nella moda; distruggere il piedistallo su cui era stata messa e riportare la donna nella realtà. E penso che ci siamo riusciti.
Che è un concetto estetico forte. Ma come mai allora secondo te, se da una parte tu e Andrea siete riusciti a imporvi nel panorama fotografico di moda italiano ed internazionale, dall’altra il vostro modo di vedere le cose è ancora se vuoi,
ai margini? Mi spiego: ancora oggi, quando un brand o un magazine vogliono fare una cosa “pazzerella”, chiamano Pietracupa. No?
Sì, è così. Penso principalmente che i motivi siano due: sicuramente, quello italiano, è un DNA culturale che predilige il classicismo a scapito dell’innovazione. Secondo, la paura. C’è una paura fottuta, molto diffusa nel mondo italiano della moda, di sperimentare e andare oltre. Anche se la proposta estetica che si porta è stata accettata, digerita e se vuoi anche superata, nel resto del mondo. Paura di perdere tempo, di buttare denaro, di non essere compresi. Io ho sempre ricevuto un sacco di complimenti per il mio lavoro, da tutti; alle stylist piacevo, agli art director piacevo, ai direttori piacevo. Però in Italia non basta piacere agli addetti ai lavori, per imporsi. Io non penso che chi si occupa di estetica in Italia non sia preparato, anzi; penso che però questo tipo di persone non abbiano il giusto peso all’interno delle aziende. È lì il problema: l’art director non ha l’ultima parola su questo tipo di cose, c’è sempre a monte chi media e decide per lui. E quindi l’innovazione fatica a passare, anche agli occhi dei lettori e dei consumatori. Ti faccio un esempio: qualche anno fa mi hanno chiamato per fare il lookbook di una nota azienda di intimo. Io ho preso due ragazze e un ragazzo e mi sono chiuso con loro in casa per un po’ di giorni; nulla di assurdo quindi. Il risultato finale era molto naturale, molto snapshot, con dei riferimenti ovviamente sexy trattandosi di intimo. Il lavoro è andato in produzione ed è uscito solo perché l’art director ha avuto i coglioni di imporsi col cliente, che aveva paura di aver fatto una cosa troppo forte. La collezione è andata bene, tutti erano soddisfatti, ma l’anno dopo hanno chiamato un altro a fare una cosa, a detta loro, più classica. Come si fa ad educare l’occhio della gente senza insistere un po’? Impossibile. Al tizio coi soldi e l’aziendina di abbigliamento mediamente piace la figona con le calze a rete, i tacchi a spillo e le tette rifatte; di conseguenza è quello che continuerà ad imporre.
Certo. Però secondo me anche i fotografi di moda hanno la loro responsabilità. Alcuni di loro ignorano totalmente cosa succeda a livello artistico nella fotografia al di fuori del loro ambito e prendono il loro ruolo più come servizio che come cultura. C’è molta ignoranza. No?
Hai ragione. E questo è un retaggio degli anni ‘80; la gente ancora oggi inizia questo mestiere con il miraggio di poter fare un mucchio di soldi e scoparsi un sacco di modelle senza troppa fatica. È pieno di fotografi di moda che non hanno neanche la macchina fotografica, la noleggiano. Ma come cazzo si fa? Ma allora di cosa stiamo parlando? Ti sembra normale? A me no.